venerdì 16 marzo 2018

Siamo davvero pronti a leggere gli schermi? Sproloquio #2

Non ho mai conosciuto i miei nonni. Posso farmi un’idea di come fossero tramite il racconto dei miei genitori, degli zii o degli amici di famiglia di vecchia data, ma niente sarà mai come conoscerli e farci una chiacchierata. Non mi hanno lasciato ricordi. Nessuna partita a carte nei caldi pomeriggi estivi, nessuna pasta fatta in casa la domenica. Uno di loro, però, il babbo di mia mamma, mi ha lasciato dei libri. Tanti libri. Se ora nella camera gemella di quella in cui dormo c’è uno studiolo con almeno un migliaio di volumi, lo devo a lui. Alcuni potranno pensare che è solo una mera avidità e consapevolezza di possedere qualcosa con forme fisiche, l’amore superficiale per qualcosa di materiale, ma per me non è così.


Ogni volta che leggo un libro di quelli di mio nonno, non sto leggendo soltanto un volume che, con molta probabilità, è stato finito di stampare nel Luglio del 1959, come nel caso de Il dottor Živago, che è la mia lettura corrente, ma sto posando lo sguardo dove, chissà quanti anni prima li aveva posati lui. Forse era sveglio perché la mamma appena nata piangeva o forse aveva appena rimproverato mio zio che stava studiando. Non lo saprò mai, però mi piace immaginarlo nella quotidianità di uomo ancora giovane che, in una pausa fra un’udienza e una riunione in studio, con una di quelle penne eleganti che solo gli avvocati e qualche altro impiegato in professioni importanti possiedono, firma la prima pagina. Chissà se li ha letti tutti i libri che ora mi fissano dagli scaffali. Chissà cosa ha pensato di fronte alle pagine ormai ingiallite. Chissà se ha pensato che un giorno anche sua nipote, che forse nella sua immaginazione era un nipote o forse due, avrebbe posato lo sguardo su quelle stesse righe.

Studio Scienze della Comunicazione e siamo nel 2018: tutto o quasi adesso è virtuale. Le foto non sono stampate, ma vengono postate; le lettere sono email anonime scritte con i polpastrelli senza stringere la penna, i libri si leggono tramite tablet. Ma cosa resterà degli ebook? Il mal di testa a fine lettura, vi risponderei io. Chi leggerà in futuro un libro che si può cancellare, prendere e spostare da un dispositivo all’altro, che forse si perderà? Cosa resterà di quella frase sottolineata trascinando un dito, senza fare pressione con la matita o l’evidenziatore sulla parola che più ci ha emozionato? E le dediche sotto al titolo, sulla prima pagina: siamo davvero sicuri che possano essere sostituite da una recensione su GoodReads?
Nessuno regalerebbe più libri, se fossero solo ebook. Non si potrebbero sfogliare le pagine o sentirne l’odore, che sia profumato di fresco di stampa con l’inchiostro appena attaccato o di vecchio, di chiuso, di saggezza con le lettere un po’ scolorite.
Un libro diventa parte di noi o di chi ci ha preceduto. È per questo che anche per me i libri sono felicità.

domenica 4 marzo 2018

Canova. Arte, musica e scena




Con i magnifici scatti di Alessandra Catalano.

2018, Sproloquio #1


Mi sono dedicata troppo e a troppe cose ultimamente che forse ho finito col perdermi di vista. Non mi sono più vista come ero. Sono stata, forse, troppo focalizzata su ciò che volevo essere, come volevo essere e fino a quando questo pensiero è diventato uno svantaggio, un’ancora frenante, uno nodo di negatività neppure me ne sono accorta. È passato un anno buono dall’ultimo post che caricai. La cosa più triste è che neanche di tutto questo tempo che è passato mi sono accorta. Non mi sono accorta di nulla, come se quello passato ( con qualche mese in più) facesse parte di un sogno e non della vita vera. Anche i ricordi, per quanto vivi, hanno una piccola parte offuscata. Certe volte penso che non mi sia rimasto nulla, o comunque poco, di tutto ciò ho fatto, che ho vissuto. Se ti fermi ogni volta che un cane abbaia, non finirai mai la tua strada, dice un proverbio arabo. L’ho detto in altri termini ad un’amica qualche giorno fa, senza forse rendermi conto che lo stavo ricordando a me stessa.
Proprio come i ricordi, che fino a quando non senti un odore o una canzone non tornano alla mente, allo stesso modo ho ripensato al blog, abbandonato a sé stesso come se me ne fossi dimenticata, come se non avessi voglia. Come se fosse soltanto una parentesi infantile di un’adolescenza qualsiasi e, in quanto tale, fosse da attribuire ad un lontano passato. Qualcosa che ormai è congelato, per cui non vale più la pena spendere anche un solo minuto del proprio tempo.

Ieri, improvvisamente, senza alcuna ragione, ho provato una sensazione strana. La voglia di passare una giornata al computer senza doverlo fare, ma perché lo volevo fare. Fare pulizia: di foto, di scritti, di tutto. Ritornata per un attimo al liceo dopo l’evento su Canova ( per scrivere l’articolo per CulturArte ho addirittura riaperto i libri di letteratura latina del liceo) e mi è venuta voglia di riascoltare le vecchie canzoni di Ed Sheeran, quelle che ascoltavo al ginnasio o poco dopo, dell’album “+”. Ho persino riaperto il profilo Tumblr dopo anni e mentre lo scrivo sono ancora sicura di aver sbagliato la successione di l e r. Ora sto cercando “cose di instagram” con lo stesso entusiasmo con cui mia mamma fa le sue ricerche su google. Improvvisamente sono qualche anno più giovane.

Perché rinunciare a qualcosa che vi fa stare bene anche se potrai dedicarti ad essa solo saltuariamente?
E soprattutto, è possibile avere una crisi di mezza età a qualche mese dai ventidue anni?

martedì 21 febbraio 2017

Uber in Urbe

Oggi, come ogni giorno quando lavoro al mattino, mi sono svegliata presto e mi sono diretta verso il negozio con la metropolitana. Un po’ più affollata del solito, soprattutto dalla fermata di Ottaviano in poi, in direzione Anagnina: stiamo nell’ora di punta e mi becco di tutto.

Piazza Barberini è ancora avvolta dall’aria silenziosa e soffice che si respira di notte: persino la statua del Tritone, al centro della fontana, sembra essersi appena staccata dal cuscino richiamata dal profumo del caffè che sale nella moca. Alcuni turisti passeggiano, i negozianti alzano le saracinesche e alcuni residenti portano a spasso il cane. Per il resto, a parte qualche netturbino che sta terminando il turno della notte, a piedi ci sono solo io, ma basta spostare lo sguardo sulla strada per accorgersi che Roma, a neanche le nove del mattino, è già una città che brulica di vita. Motociclisti con le cuffiette alle orecchie, automobili con i vetri oscurati , qualche volante della polizia e autobus in corsia preferenziale. Soltanto autobus.

Oggi infatti, 21 Febbraio, a Roma si è tenuta la manifestazione nazionale dei tassisti. In tutta Italia le macchine bianche si sono bloccate e da ogni regione sono provenuti autisti nella capitale per sfilare, farsi sentire e sostare sotto Montecitorio in attesa di risposte. Ma per quale quesito?

La causa scatenante, stavolta, è stata Uber. Se in India vi sono stati scioperi nei giorni scorsi da parte di autisti di Uber a causa dei bassi guadagni e delle condizioni di lavoro precarie, in Italia il servizio di trasporto automobilistico privato sta minando il territorio dei tassisti che effettuano un servizio pubblico. Adesivi e disegni realizzati con l’uso degli stencil sui muri non bastano a fare in modo che i clienti ripongano la loro fiducia nelle automobili bianche scegliendo i taxi canonici: sempre più spesso, grazie all’immediatezza del servizio, la scelta ricade su Uber, applicazione che mette in contatto passeggeri e autisti che si trovano nella stessa area territoriale.


Poco tempo dopo aver aperto il negozio, si sono cominciati a sentire chiacchiericci, gridi e cori in lontananza e, non molto tempo dopo, erano udibili distintamente suoni di fischietti e voci amplificate da megafoni: cartelloni gialli e bandiere tricolore coloravano il grigio dell’asfalto e i toni scuri dei giacconi. A manifestare, chiunque: donne, uomini attempati e giovani, tutti in difesa di quel compagno di viaggio a quattro ruote che rappresenta, nella maggior parte dei casi, il bene più grande della famiglia, come la barca per un pescatore.

Alcuni scherzano cercando di trovare un lato positivo a tutta questa situazione che li fa sentire sempre più abbandonati, altri si picchiano, altri ancora lanciano fumogeni e bombe carta. C’è chi assicura che se vedesse passare un collega operativo nonostante lo sciopero, lo picchierebbe, perché, si sa, in questi casi il chi boicotta è un evergreen.

Alcuni turisti entrano per chiedere informazioni, convinti che sia una sfilata di gioia per il football e non uno dei piccoli segnali di un Paese che sta andando a rotoli.

Tre manifestanti stamattina sono entrati in negozio. Cercavano fischietti, ma non ne avevamo e hanno acquistato trombette da bicicletta, ché tanto fanno rumore ugualmente. Un signore che lavora in qualche palazzo che si affaccia su quelle strade si è portato via dei tappi per le orecchie, ché non riusciva più a sentirli, quei  tassisti.

Uno spaccato così chiaro di un Paese che urla e rumoreggia e di quelli ai piani alti che non vogliono sentire.

mercoledì 15 febbraio 2017

Immaginatevi Picasso con Picasso Images

Conosciuto per le sue opere pittoriche, prima fra tutti Guernica, non tutti conoscono gli aspetti della vita privata di Pablo Picasso.



Fino al 19 Febbraio, all'Ara Pacis, è possibile entrare nel mondo del genio novecentesco, fra amori, passioni e interessi, per scoprire, attraverso l'obbiettivo di numerose macchine fotografiche, cosa si nascondesse nella sua vita dietro ai pennelli, in un percorso che vede esposti, oltre alle fotografie, anche sculture, disegni e bozze.


Nato nel 1881, a diciannove anni prepara la prima esposizione a Parigi, città in cui si stabilizzerà quattro anni dopo.
 La sua smania di apparire lo porta, fin dal secondo soggiorno nella capitale francese nel 1901, a farsi ritrarre in numerose foto per mostrare il suo status e la sua stessa anima.

Inizia a posare, con una certa frequenza a partire dal primo dopoguerra, per famose riviste e per fotografi come Robert Capa, Bill Brandt, David Douglas Duncan, Roberto Otero e Brassaï che dedicherà maggior spazio allo studio dell'artista e alle sue opere scultoree. Picasso stesso si improvviserà fotografo di paesaggi spagnoli e di scene con i suoi amici nell'atelier parigino. 

In vacanza al mare, nello studio, nell'atelier: il pittore scatta in ogni luogo e in ogni luogo diviene soggetto di altre fotografie.

In ognuna, però, si contraddistingue per la sua esuberanza: dalle foto a torso nudo a quelle in cui mostra il suo interesse per la tauromachia. 
Lungo il percorso visivo della mostra, infatti, il toro risulta essere un simbolo ricorrente come si può notare anche dai numerosi scatti in cui l'artista ne tiene fra le mani, quasi giocandoci, un cranio.

Più volte, inoltre, viene raffigurato attraverso uno specchio quasi come volesse sottolineare l'irrealtà e l'illusione delle sue opere e della sua stessa persona, allontanarsi e porre un confine netto fra il genio Picasso e tutti gli altri uomini.






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martedì 6 dicembre 2016

La ragazza delle arance

Titolo: La ragazza delle arance
Autore: Jostein Gaarder
Casa editrice: Longanesi & C.
Numero pagine: 193
Prezzo: 12,00

Trama: Georg Røed ha quindici anni e conduce una vita tranquilla, come la maggior parte dei suoi coetanei. Ma un giorno trova una lettera che suo padre gli aveva scritto prima di morire e che aveva poi nascosto, affinché il figlio la potesse trovare una volta grande. In questa lettera il padre, Jan Olav, racconta la storia della "ragazza delle arance", da lui incontrata per caso su un tram di Oslo. Si scambiano un'occhiata fugace. Pochi minuti più tardi il giovane crede che alla ragazza stia per cadere un grosso sacchetto di carta colmo di arance. Si lancia verso di lei, col risultato che tutte le arance finiscono sul pavimento. La giovane gli dà del cretino, scende alla fermata successiva, gli chiede se può prendersi un'arancia e il giovane annuisce sbigottito. Passano alcune settimane e i due si incontrano di nuovo in un caffè. Anche questa volta la giovane regge un grosso sacchetto pieno di arance. Per un intero, interminabile minuto si guardano. Poi con un movimento pieno di grazia, lei si alza ed esce dal caffè, con l'inseparabile sacchetto fra le braccia. Lui la vede con le lacrime agli occhi. I due, fin'ora, si sono scambiati soltanto pochissime parole. Il resto è un mistero, al quale George si appassiona immediatamente e che lo riguarda molto da vicino: un film quasi muto che Jostein Gaarder, a poco a poco, fa parlare con una musica lieve, quasi una fantasia tra memoria e presente.



"Probabilmente non esiste nessuna intimità che possa competere con due sguardi che si incontrano con fermezza e decisione e che semplicemente rifiutano di lasciare la presa."

Ero al mercatino dell'usato e cercavo qualche cosa che potesse soddisfare la fame di acquisti di libri: cercavo un mattoncino da poter leggere durante le vacanze, ché se fossi partita avesse potuto farmi compagnia per tutto il tempo, senza dover portare con me altri volumi. Girando fra gli scaffali, invece, ho visto lui: centonovantatre pagine appena, copertina arancione e blu su sfondo bianco e un titolo che mi incuriosiva. 

Leggendo la trama inizialmente sono diventata scettica: iniziare l'ennesimo libro che tratta di tragedie solo perchè al momento vanno di moda quelle mi scocciava un po'. Peggio di così, con un inizio del genere, però, non può andare: l'ho preso e l'ho finito in una notte. 

Sì, avrete capito che o leggo tutto d'un fiato andando in letargo e sparendo dal mondo o non leggo quasi nulla, sono i rischi del mestiere.

Il libro, scritto in prima persona, si apre con la presentazione della vita del protagonista, Georg: ci rende partecipi della grave perdita che lo colpì quando era ancora in fasce e di cosa ciò abbia rappresentato per lui. Poi, però, il libro prende una piega diversa: ci uniamo al giovane Georg nella lettura di una lettera scritta da suo padre e consegnata solo adesso, al momento del suo compleanno.

Nelle parole del padre c'è, nonostante la malattia, una sana speranza nei confronti del futuro e scrive a suo figlio come parlasse ad un adulto: poco importa se, al momento della stesura, il piccolo Georg giocasse con le costruzioni e gattonasse appena. Oltre a descrivere gli ultimi sospiri di quella vita strappata troppo in fretta e le sue passioni, alcune delle quali sono condivise dal figlio, però, decide di raccontare momenti del suo passato che sa non avrà mai modo di poter condividere: è qui che descrive la ragazza delle arance, con affetto e amore, con lo sguardo estasiato dall'attrazione amorosa per una coetanea.

All'interno del libro vi sono personaggi silenziosi ( la mamma di Georg, il nuovo compagno, il fratellastro e i nonni): tutto il libro ruota intorno alla lettura del ragazzo, a suo padre e alla misteriosa ragazza delle arance.

Forse sarà un po' scontato, soprattutto nell'epilogo, ma credo sia un libro indimenticabile: l'amore di un padre per un figlio che supera persino il pudore nei racconti della gioventù e l'emozione di parlare con una figura che non c'è e che non vi è mai stata, nonostante il legame risulta esser forte persino oltre le apparenze.

Dal libro è stato tratto anche un film il cui titolo originale è Appelsinpikel, ma che non ho ancora avuto il piacere di vedere ( sperando non sia l'ennesima delusione dei film tratti dai libri!)



Canale youtube: Bea Withcoffee 


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lunedì 21 novembre 2016

Ella fu. Ma è ancora oggi. Ed è cambiata

Appena uscito il numero di Novembre di CulturArte, io sono già qui a condividere con voi la mia parte di articolo ( ho deciso di non pubblicare sul blog la seconda parte, più particolareggiata, perchè non è opera mia)! 

Potete comunque leggere la versione integrale a quattro mani dell'articolo trovando il giornale cartaceo in giro nei vari dipartimenti se frequentate anche voi l'Università di Roma Tre, altrimenti presto potrete leggere questo e gli altri articoli ( arte, politica, sport, musica) grazie alla versione online! 

Per avere ulteriori informazioni sull'iniziativa potete cliccare qui

Nell'articolo che segue descrivo uno dei musei che amo di più, quello di Roma in Trastevere. Pochi giorni fa ho, invece, descritto le mostre che sta ospitando fino a metà di questo mese, quella fotografica sulle periferie romane e quella pittorica di Valeriano Ciai.




Scorci romani dal 1880 ad oggi

Ci passiamo ogni fine settimana per mangiare pizze dai gusti sfiziosi o farci una bevuta in compagnia, ma pochi sanno che nel cuore di Trastevere, a pochi passi dalla chiesa di Santa Maria in Trastevere, in piazza Sant’Egidio, è presente il Museo di Roma in Trastevere. Questo piccolo spazio dedicato all’arte e poco conosciuto, oltre ad ospitare numerose mostre fotografiche e non, conserva uno spaccato romano vivido e pittoresco.

Inoltre, essendo uno dei Musei in Comune, ovvero facendo parte del sistema museale romano, oltre ad essere sede di proposte didattiche e educative, offre ai cittadini residenti a Roma la possibilità di visita gratuita la prima domenica di ogni mese  e in altre particolari occasioni dell’anno.

La struttura, un piccolo edificio rosso mattone con un cortile esterno illuminato dal verde di un prato, al suo interno comprende la cosiddetta Stanza di Trilussa, nella quale sono conservati alcuni degli oggetti personali del grande poeta romano.

Il percorso nella collezione permanente del museo, che si apre con la collezione di acquerelli di Ettore Roesler Franz ed è intervallato da scene tipiche romane ( l’osteria, la farmacia) riprodotte con fantocci ad altezza naturale, si conclude con una cartina che riproduce la città a metà Ottocento e uno schermo touch screen dal quale è possibile confrontare le opere del pittore dalle origini tedesche con fotografie scattate nello stesso periodo storico e nelle stesse zone: un breve viaggio virtuale per scoprire come era la nostra città attraverso gli occhi di un artista, ma anche attraverso una lente fotografica.


Molti dei soggetti dipinti e raffigurati, però, sono presenti ancora oggi nonostante siano cambiati, erosi dal tempo e dalla storia.